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la murena

I cordoni ombelicali a volte possono essere invisibili, ma forse più attivi di quanto noi stessi vogliamo credere.
Irene, una donna di circa quarant’anni, durante un trasloco nella casa dove ha vissuto da bambina trova un pacco con le lettere a lei scritte dal padre e mai recapitate.
Sono lì per caso o qualcuno le ha messe appositamente perché lei le trovi?
L’uomo infatti è scomparso dalla sua vita da più di trent’anni, e la lettura delle missive le squarcerà il velo che copriva il reale motivo del suo allontanamento e lo straziante dolore che lo ha accompagnato.
La lettura da parte di Irene, inframezzata da racconti e riflessioni sulla propria esistenza di giovane donna, le farà scoprire attraverso i ricordi di entrambi quanto la sua sofferenza e la sua vita di perdente siano state simili a quelle del padre, che aveva sempre inutilmente tentato di mantenere il filo dell’affetto che li univa.

Lo spettacolo vuole occuparsi delle donne che ricercano la propria essenza.
Irene lo fa ritrovandosi ad esaminare le origini della propria vita, riscoprendo attraverso le proprie radici una parte della famiglia che le era stata negata.
In molte donne la ricerca di serenità e le basi del rapporto con l’altro sono strettamente correlati al rapporto paterno, e quando questo rapporto viene forzatamente negato, le conseguenze possono essere pesanti, fino ad intraprendere, come nel caso della protagonista, le strade dell’autodevastazione, dell’autodistruzione.
Culturalmente, ma anche socialmente, la maternità e la paternità, il maschile ed il femminile, sono sempre esistiti separatamente, senza riuscire a trovare, se non fuggevolmente, un reale punto di contatto, nessuna possibilità di conoscersi fino in fondo.
Mentre sarebbe auspicabile e di grande importanza che lo si facesse a vantaggio dello sviluppo dei nostri figli, di fronte ai quali abbiamo, padri e madri, uguale importanza e responsabilità.

la murena

I cordoni ombelicali a volte possono essere invisibili, ma forse più attivi di quanto noi stessi vogliamo credere. Irene, una donna di circa quarant’anni, durante un trasloco nella casa dove ha vissuto da bambina trova un pacco con le lettere a lei scritte dal padre e mai recapitate. Sono lì per caso o qualcuno le ha messe appositamente perché lei le trovi? L’uomo infatti è scomparso dalla sua vita da più di trent’anni, e la lettura delle missive le squarcerà il velo che copriva il reale motivo del suo allontanamento e lo straziante dolore che lo ha accompagnato. La lettura da parte di Irene, inframezzata da racconti e riflessioni sulla propria esistenza di giovane donna, le farà scoprire attraverso i ricordi di entrambi quanto la sua sofferenza e la sua vita di perdente siano state simili a quelle del padre, che aveva sempre inutilmente tentato di mantenere il filo dell’affetto che li univa. Lo spettacolo vuole occuparsi delle donne che ricercano la propria essenza. Irene lo fa ritrovandosi ad esaminare le origini della propria vita, riscoprendo attraverso le proprie radici una parte della famiglia che le era stata negata. In molte donne la ricerca di serenità e le basi del rapporto con l’altro sono strettamente correlati al rapporto paterno, e quando questo rapporto viene forzatamente negato, le conseguenze possono essere pesanti, fino ad intraprendere, come nel caso della protagonista, le strade dell’autodevastazione, dell’autodistruzione. Culturalmente, ma anche socialmente, la maternità e la paternità, il maschile ed il femminile, sono sempre esistiti separatamente, senza riuscire a trovare, se non fuggevolmente, un reale punto di contatto, nessuna possibilità di conoscersi fino in fondo. Mentre sarebbe auspicabile e di grande importanza che lo si facesse a vantaggio dello sviluppo dei nostri figli, di fronte ai quali abbiamo, padri e madri, uguale importanza e responsabilità.

Compagnia Teatrale
ass. cult. teatro pantegano
di
roma

Autore

fabio tiso

Regia
erika manni

Scenografia

Musiche

Coreografia

Costumi

Numero di Attori
2

Durata
50

Genere
dramma

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